Departures SECONDA OPINIONE
REGIA: Yojiro Takita
SCENEGGIATURA: Kundo Koyama
ATTORI: Masahiro Motoki
PRODUZIONE: Amuse Soft Entertainment, Asahi Shimbunsha, Dentsu, Mainichi Hoso, Sedic, Shochiku Company, Shogakukan, Tokyo Broadcasting System (TBS)
DISTRIBUZIONE: Tucker Film
PAESE: Giappone 2008
GENERE: Drammatico
DURATA: 130 Min
Poco più di un anno fa Departures vinse l’Oscar come miglior film straniero. All’epoca non partiva sicuramente da favorito, dopo aver battuto il blasonato Gomorra che arrivò alle semifinali, si ritrovava di fronte a film favoriti che avevano già vinto il goden globe e fatto incetta di premi nei migliori festival del mondo: uno su tutti lo strafavorito Walz con Bashir o La classe premiato a Cannes. Eppure Departures tratta un tema scomodo e difficile quello della morte. Un tema che agli Oscar difficilmente arriva e difficilmente ottiene la vittoria.
Se vinse ci sono i suoi perché e la visione del film vi deluciderà e vi farà apprezzare appieno. Infatti narra la vicenda di Daigo Kobayashi, un bravo violoncellista in un'orchestra che è appena stata sciolta, e adesso si ritrova disoccupato. Daigo decide di tornare nella sua città natale con sua moglie per cercare un lavoro e ricominciare. Risponde ad un annuncio per "Departures" pensando si tratti di un'agenzia di viaggi, prima di rendersi conto che si tratta di funerali. Mentre sua moglie e altri disprezzano questo lavoro, Daigo ne è orgoglioso, e diventa un'artista nel suo campo.
Daigo in realtà è un nokanshi, letteralmente, “maestro di deposizione nella bara”, un professionista che prepara la salma poco prima delle onoranze funebri. La scena con cui inizia il film con la cerimonia funebre giapponese, molto diversa da quella occidentale, dove il novello nokanski si trova di fronte per la prima volta ad una bellissima donna morta è davvero una sequenza da antologia, sospesa tra il riso e il dolore.
Il film alterna momenti di dramma e pezzi di pura poesia, come la scena in cui il protagonista suona il violoncello su una rupe, davvero un momento d’alta arte poetica e molto surreale. In più un finale che commuove senza essere per nulla ruffiano, che di questi tempi è molto difficile trovare al cinema. Detto ciò il doppiaggio andrebbe abolito per certi film, particolarmente per quelli orientali che davvero non mi abituerò mai a vedere doppiati, preferendoli sicuramente in originale sottotitolati.
Non so se Walz con Bashir gli sia sta superiore o le altre pellicole in cinquina agli Oscar siano state migliori, forse si, ma alla fine il film è uno di quelli che restano, almeno nella testa di chi lo ha visto. Inoltre Departures è stato fermo per un anno. Il tema era difficile, soprattutto in un paese filo-cattolico come il nostro, ma alla fine dopo un anno e in poche copie uscirà. Io vi coniglio di vederlo, sarà finalmente il primo capolavoro del 2010 (o forse del 2009).